LE ANIME BUCATE DELLE 

CASE BOSNIACHE

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Viva la Vida!

Mostar

Blagaj Tekija

Bihać

Počitelj

Hakuna Matata

Viaggiare on the road in Bosnia-Herzegovina ti costringe a conoscere,

scoprire e affrontare coi tuoi occhi quel che è stato e quel che forse sarà.

Ognuno di quei buchi lasciati dai proiettili sui muri ti inviterà a riflettere e ti catapulterà in

un passato non dimenticato. Inscalfibili nei nostri ricordi resteranno i bianchi tronchi dei minareti

spiccare nel silenzio di quelle terre selvagge.

Venerdì sera. Una valigia, 4 ruote e due persone pronte a scoprire quel mondo chiamato Balcani. Parole su parole. Risate e chilometri. La Bosnia ci aspetta e la nostra fantasia prova a costruirla prima di conoscerla. Ce la immaginiamo spoglia. Segnata da una guerra ancora troppo vicina. La crediamo forte e trascinante come le note del suo Goran Bregovic. Sgangherata come l’immaginazione cinematografica del suo Emir Kusturica.  A tratti surreale e grottesca.

L’immaginazione, maestra indiscussa di pindarici viaggi nel cielo della fantasia, ci abbandona al nostro primo passo in terra bosniaca. 

È arrivato il momento di viverla la stravaganza balcanica.

Bihac all’imbrunire. Il sole lentamente si nasconde e soffia un vento magico. Parlante.

«Buonasera siamo gli odori e i suoni figli delle terre Balcaniche» ci sussurra. Le note festose prendono forma. Due anziani mano nel mano ci osservano. Ci fanno un cenno e ci invitano al loro banchetto d’amore sulle rive del fiume Una. Lejla e Alen ci racconteranno del loro passato in Italia e del ritorno nella terra madre. Saranno i primi cevapcici di questo viaggio. Mangiati con le mani sulle rive dell’Una insieme a una coppia di anziani capaci ancora di baciarsi.

Una džezva fumante, un bicchiere d’acqua fresca, una ciotola di zollette di zucchero, un cucchiaino e una tazza senza manico detta fildžan. Il tempo è scandito dal lento susseguirsi dei minuti. Da quel balconcino ligneo l’occhio si perde nei boschi. Dopo il tradizionale buongiorno, il ranger del Parco Nazionale Una ci bisbiglia del passato di quell’angolo di Bosnia.

«Ricordo le ceneri del mondo defunto trascinate qua e là dai venti terreni». Parole pronunciate con voce pesante. Strozzate da lunghe pause capaci di dar forma alla memoria. «Sospeso nell’aria cinerea il pensiero di mio padre in guerra. Sostenuto da un sospiro breve e tremante, il dolore crescente sul viso di mia madre».  Ci alza la sbarra d'ingresso al parco e con un sinistro pugno chiuso verso il cielo ci urla «Buona vita!».
Entriamo nel parco con l’auto che saltella tra le fonde buche e percorriamo una strada sterrata nel bosco. In sottofondo aumenta il rumore dell’acqua che si spezza infrangendosi sulle rocce.
Eccole, le cascate di Štrbacki buk!

Non vi sono divieti espliciti. La corrente è rabbiosa e la balneazione è una partita a scacchi con la sorte! Un adrenalinico rafting è il modo migliore per riconoscere i propri limiti e fare amicizia con le correnti del fiume.

Salpiamo su gommone giallo. Vibriamo emozioni. Urliamo gioia tra le ripide e percepiamo la forza limpida di quei cento Dei che i Greci chiamavano Potamoi. 

Cullati dalla corrente arriviamo al villaggio di Martin Brod sorto ai piedi delle cascate. Un villaggio dimenticato in cui pochi vecchi abitano le sue basse case.  Il villaggio nativo di Marta. Innamoratasi di un soldato, morì attraversando il fiume per andare ad incontrarlo.

Annegò in uno dei bacini che la gente locale chiama Brod. Nacque da quel triste giorno il villaggio di Martin Brod.

Carriole piene di fiori nei giardini ricordano Marta e un singolare torrente dietro ogni abitazione tuona i suoni del fiume Una. L'ingegno della gente locale ha portato a costruire grazie a poche paratie di legno e alla forza dell’acqua, piccole dighe domestiche per macinare il grano e per lavare i panni.

Milan Reljic, una figura storica a Martin Brod, macina ancor oggi il suo grano con l’aiuto della cascata.

Attraversiamo i resti di una locanda e muoviamo verso sud.

Una scacchiera di piastrelle di marmo bianco e nero al pavimento. Tappezzeria alle pareti cascante e gonfia di umidità. Chilometri di paesaggi disabitati. Aspre colline punteggiate di alberi precedono la città dai due volti. Dalle due anime bucate e accartocciate. Mostar. 

La città è divisa in due. Frazionata dal fiume Naretwa e unita da una parabola di pietra sospesa e aggrappata al nulla. Il Ponte Vecchio, ieri simbolo dell'incontro fra Oriente e Occidente e oggi stimolo alla convivenza e all'accettazione della diversità.

A seguito della disgregazione della Jugoslavia, la guerra civile tra bosniaci e croati ha segnato ferite profonde all'interno della società. I segni del conflitto emergono in modo plastico a Mostar. Un'alta croce svetta sulla montagna a lambire il lato ovest della città.

Un simbolo religioso che pare di conquista piuttosto che di fraternità tra gli uomini. Un simbolo a contrappasso di quell’altra Mostar in cui proliferano moschee e minareti.

A congiungere queste due facce sta lo Stari Most, il Ponte Vecchio abbattuto nel 1993 dopo più di 400 anni di storia dall'esercito croato. Non si trattava di un obiettivo militare. La sua potenza era simbolica. Ancor più pericolosa poiché risiedeva nella capacità di evocare la possibilità di una convivenza pacifica di etnie e culture diverse all'interno dello stesso territorio.

Ad oggi lo Stari Most è stato ricostruito ma la sua presenza non è stata sufficiente a ricucire le due anime della città: da un lato vive e lavora la parte cattolica, dall'altro la parte musulmana. Questo sincretismo - o mancato tale - impernia Mostar di un fascino difficilmente replicabile.

Ti ricordi di quella donna?

Camminava lenta per le vie di Mostar. Ogni tanto guardava quei muri. Rimessi a nuovo ma con gli invisibili buchi del passato. Trivellati dalla storia. Majda ricorda esattamente quando il filo della normalità si interruppe. Quando anche i cani fuggivano a nascondersi.

Avevano cominciato a sparare addosso alle case.

Le prime bombe caddero lontano.

Ma il suono si faceva sempre più vicino.

Era una bambina piccola. Quando riusciva si copriva le orecchie con le proprie mani appena prima dei boati assordanti.

Il tempo non passava in quei giorni. L’abbraccio del mattino poteva sempre essere l’ultimo. La paura di perdersi era tanta. Troppa.

E ora spinge il passeggino.

Il suo nipotino a cui un giorno racconterà quel che è stato.

Non ora. Adesso ha il diritto di vivere la sua spensierata infanzia.

E’ una mattina dalla luce livida. Il canto del muezzin rimbomba tra lo Stari Most e il fiume Neretva.

Poche persone nei vicoli acciottolati.

I Mostari, le alte torri custodi del ponte, riposano silenti. 

Muoviamo in direzione Cascate di Kravice. Nelle colline tanti scheletri di case sparpagliate tra file ordinate di alberi ritorti.

Osserviamo quei campi. Un vento da Est porta con sé il ricordo delle parole ascoltate nei giorni passati.

L'acqua delle cascate è smeraldina. Ci spingiamo alla scoperta di quello che sarà il nostro nido. Il verde muschio e il rumore incessante della cascata faranno da cornice a uno dei momenti più seducenti del viaggio. Con il passare delle ore le cascate si popoleranno di voci capaci di scheggiare la magia solitaria di queste cascate.

Dall’onirico passiamo a quel che di reale ha da offrire questa terra. Pocitelj.

“Lei”, che per Ivo Andric fu «città di pietra» e per il suo fascino non può certo esser un “lui”, si presenta

come un piccolo borgo dalle mille storie.

Due anziane ci accompagnano per le ripide salite.

Non parliamo.

Tra sorrisi e pensieri inespressi banchetteremo

all’ombra di un melograno con qualche fico secco. 

Semi disabitata, abbarbicata su di un promontorio, sconsolata dalle barbarie dell’uomo ci domanderà di esser dimenticata per quel che è oggi e ricordata per quell’emozione unica che ci ha donato passeggiando tra le sue mura.

Un ultimo sguardo malinconico alla città di pietra e siamo davanti a un connubio di raffinatezza e spiritualità: il Blagaj Tekija. Una casa dei dervisci del XVI secolo capace di confondersi con incredibile naturalezza alla roccia. Scavata nella montagna, sembra appoggiare le fondamenta direttamente sulle acque cristalline del fiume sgorgante dalla buia grotta. Al suo interno è conservata una copia dell'editto di Blagaj. Pietra miliare del Sultano Mehmet II el Faith, dichiara dal lontano 1463 i diritti fondamentali delle genti bosniache e trasmette una lezione di tolleranza fondata sul rispetto delle credenze religiose altrui. 

Prelevo qualche goccia d’acqua dal bicchiere. La verso nella džezva pronta per reazione a traboccare. Mescolo la superficie e trasferisco la morbida spuma appena nata nella fildžan. Mi verso una prima porzione di caffè. Ripenso a questo viaggio e al continuo susseguirsi di riflessioni tra loro storicamente lontane ma inesorabilmente vicine. Intrecciate. Prendo una zolletta di zucchero e la immergo nel caffè.

La mordo leggermente e bevo il primo sorso. Solo alla fine mi concederò il lokum compensando così l’amaro del caffè.

Se la storia della Bosnia potesse essere allegoria del caffè, allora non posso che augurare a questa terra di concedersi prima o poi il suo lokum per dimenticare l’amaro del passato. 

Chiudo gli occhi e sogno dalla grotta uscire l’onirica Fenice bosniaca.

Rinata dalle sue ceneri, vola tra le colline spoglie di una terra livida e nuda

volenterosa di riemergere dal buio passato nel chiarore velato del suo presente.

Kravice  Falls

Una National Park

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