AZZORRE: UN VIAGGIO

ALL'ISOLA CHE NON C'È 

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Ore di navigazione. Il mare è piatto. L’aria è ferma. Sulla barca il comandante Josè Costa e un pugno di sparuti naviganti del mare. Occhi frenetici alla ricerca di un dorso nell’infinito oceanico.

Ormai sfocata la speranza dell’incontro. Un gabbiano solitario strilla quasi ad avvertirci. Una manciata di minuti e un urlo di gioia. O forse di spavento. L’abbiamo avvistato. 

Benvenuti alle Azzorre!

E’ il 5 Agosto. Un giorno speciale fatto d’auguri e buoni propositi. Abbiamo lasciato la terraferma e le sue certezze alla ricerca del signore del mare: il leggendario capodoglio.

Lento e paziente l’oceano continuava ad arrotolare le sue onde. Inaspettatamente al nostro fianco si affacciava un’isola grigia quasi volenterosa di conoscerci. Quello che sognavo accadesse da anni, stava accadendo proprio ora. Un vecchio maschio con il viso sfregiato dall’inimmaginabile delle profondità marine. 18 metri di capodoglio.

Nascondo a fatica la commozione della gioia nel guardare l’unico occhio che il capodoglio mi mostra. Curiosità e immaginazione danzavano sincrone alla follia e in quel momento così incredibile il mio telefono iniziava a squillare.

Era il mio nonnone che voleva augurare il miglior compleanno al suo giovane amico. Un omone tanto forte da essersi dimostrato più e più volte il capodoglio della mia vita.

Il gigante capace di muoversi senza fare rumore resta con noi per alcuni minuti. Il mare iniziava ad agitarsi e l’imponente schiena grigia sparì nel blu profondo.

Da Mane Cigano vive da decenni una semplice regola: la condivisione. Un tavolo di legno, il pescato del giorno, le leggende dei mari, il puzzo della fatica. Siamo al tavolo con due volti scuri solcati da profonde rughe. Ci guardano e senza chiederci nulla sorridono volenterosi di raccontarci dei loro mari. Il piatto del giorno e poc’altro vien scritto con un gessetto sul muro. Il contorno è tradizione: orecchie di maiale e fagioli. E in quella favola popolare la Franci mi guardava e cogl’occhi lucidi sul futuro mi leggeva il suo unico e indimenticabile augurio.

“…che tu possa imparare a conoscerti nel prendere per mano uno dei tuoi tanti pensieri liberi e stravaganti. Son certa troverai in un qualche teatro magico quello che ti occorre per liberare la tua anima multiforme. Mille o più possibilità ti attendono... ormai il tuo ridente destino ti attrae a sé irresistibilmente! Auguri marinaio dai sogni coraggiosi!”. Ventottanni e un brindisi a quel che verrà!

Poche ore più in là e i nostri piedi nascosti nella nera, nerissima sabbia di Mosteiros. Selvaggia come i due giganti che ci osservavano dal mare. Fermi lì da chissà quanti anni a domandarsi dell’uomo. A vedere occhi stupiti di fronte alla forza dello sconfinato.

Nel guardare il sole sprofondare sorridiamo magia rossa a quella che sarebbe stata una delle avventure più incredibili della nostra vita.

Il mattino sbadigliava dalle vetrate. Un mattino plumbeo d’una giornata di pioggia invernale. Il tempo di riconoscersi allo specchio e siamo sul bordo di un gommone. Smarriti in un tempestoso e savio interprete delle nostre agitazioni emotive: il mare. Muoviamo in religioso silenzio verso il relitto della nave Dori. E’ la nostra prima immersione insieme. Laggiù in un contesto alieno al quotidiano dove le parole lasciano spazio ai gesti. 

Ogni volta, prima di respirare un ossigeno non mio e di nascondermi dietro un maschera di vetro, sento il vuoto della paura. Ma ormai siamo in mare. Ci guardiamo e iniziamo la discesa. 

I primi metri sono di un silenzio assordante. Ascolto solo il mio respiro muoversi in affanno nel buio dell’oceano. Una costante discesa mi allontana dalle relazioni, dagli affetti. Un continuo allontanarmi da ciò che conosco. Da ciò che è normale. Metri di metamorfosi gustati al ritmo di correnti silenziose.

Le potenze abissali avevano mandato in frantumi quella piccola forza positiva e rassicurante in cui trovo sempre vanto. Un pezzo particolarmente curato e amato si era in quel momento sciolto da me ed era andato perduto...

Le follie, le intuizioni della bassezza e vacuità del proprio io, tutta la tremenda paura dell’irrealizzazione erano lì. Chiare e rispolverate a 20 metri di profondità.

Una poesia dal balbettio malinconico arrivava ai piedi del relitto. Un ammasso di storia e metallo dalle forme ridisegnate dalla natura.

La vita marina procede e risplende tra gli oblò della nave da guerra. La paura inghiottita dalla consapevolezza di aver superato insieme l’ennesimo tornante. Fu indimenticabile guardarsi nel buio dell’armonia.

Si aprono le porte di un nuovo mondo nel varcare la soglia della grotta lavica do Carvao. 

Battiti a velocità irregolare vagano in quello spazio buio. Tutto è profondo ma la poca luce che filtra fa sembrare questo tutto più vicino. Tranne i suoni… loro restano lontani, quasi rimbombano. Il buio è fosforescente e inebriante come il suono delle gocce d’acqua che dal soffitto abbracciano il terreno. Lava distruttrice e custode di storie e segreti dell’isola.

Brindiamo alla giornata in una piccola locanda. Qualche tavolo. Un vino dal sapore drammatico, dal carattere esplosivo, vulcanico.

Salute e ancor salute a mille o forse più di questi giorni!

E’ il sole a risvegliarci di prima mattina tra le mura di una casa di Santa Barbara. Un casolare giallo girasole al profumo di famiglia. Qualche mucca al pascolo, un paio di giovani capretti scampanellanti e il blu dell’oceano a specchiare le prime luci del giorno. Un fiume di ortensie tra noi e  l'incontro coi gemelli di Sete Citades. 

«Quella freccia di legno indica di proseguire a sinistra..» tuonava tra i ruggiti del vento la rossa dalle lentiggini caramello.

«Ma noi dobbiamo seguire il sentiero e quelle indicazioni son sbagliate...» rispondevo con fermezza.

Sì! Tornassi indietro inciamperei volontariamente in quell’errore per ritrovarci soli tra i fratelli minori di quei vulcani un tempo forza e ora pace dell’isola di Sao Miguel. Un percorso immerso nella rigogliosità più segreta della natura capace di veder nascere e scomparire folli chimere. La libertà non si può spiegare. Si può soltanto respirare. Senza pensarci troppo…

Il blu sulla scia del verde. Con quella prospettiva tutto sembra più facile. Perché checché se ne dica camminiamo nel nostro sentiero di vita alla ricerca dell’equilibrio impossibile. Un equilibro mai del tutto completo. Io, raccolto e risvegliato sulla soglia della rovina, accetto molto spesso a fatica questa verità. Mi convinco di avere tra le mani aria sfumata con un qualche significato. Un caos sconvolto che spera segretamente mondi lontani e avversi. Fermo. Immobile a guardarmi negli anni ormai dimenticati. Quanto amavo stringermi avidamente ai sorrisi sospirati rivolti al futuro. Ma quel calice ora è vuoto e chi lo riempirà più? È un peccato si sia ridotto così. «Non smettere di desiderare» mi ripeto sottovoce.

Si risvegliano due piccoli vitelli dal loro sonno mattutino. E’ il momento di andare.

Non è un frutto, mi par più un fiore. 

Mi è difficile capire come da così poco possa prender forma quel ciuffo spettinato dal sapore ribelle. Ordinato nei suoi cicli di maturazione, l’originale Nana divenuto Ananas nel tempo, si fa bello ai nostri occhi. Nelle serre l’umidità è soffocante. In un accenno di debolezza vedo una Franci dai grigi capelli china tra le immense foglie della piantagione. E’ piuttosto vecchia e ha sottili rughe sparse qua e là in un viso soddisfatto. Viviamo di questo frutto. Abbiamo una casa di legno con una scala a chiocciola che si arrampica a spirale sui riflessi di un’immensa vetrata. Quasi mi emoziono nel sorridere di questa fantasia di frutta modellato sui luoghi e le emozioni di tutto il nuovo che abbiamo appena scoperto! 

Il sole è ai titoli di coda e Tuká Tulá è il romanticismo che non t’aspetti dalle Azzorre.

E’ una padella rovente di Lapas, un bicchier di bacca lavica e un infuocato tramonto sul mare…

Una strada tortuosa muove verso la tradizione dell’isola: le piantagioni di cha Gorreana!

La più antica e attualmente l’unica piantagione di tè in Europa, coltiva questa meraviglia dal 1883 mantenendo intatte le tradizioni e le conoscenze di cinque generazioni. Un bicchiere di cha, una lenta passeggiata tra i cespugli della verde pianta e

siamo nello smeraldo delle Caldeira Velha. Davanti a noi si apriva un paesaggio giurassico.

Piante tropicali, calde piscine naturali e i rumori della natura. 

Guardo all’insù. Lunghe funi sarmentose legano l’acqua al cielo. Il cielo all’acqua...

Inebriati dall’energia positiva della natura percorriamo la costa e affrontiamo la fitta foresta. A braccia aperte incontriamo i 40 metri del Salto da Farinha. L’acqua non è tanta. Il rumore non è assordante. Ma a piedi su quelle rocce credo di aver sfiorato l’animo più profondo di quest’isola. E ricordo quel brivido col sorriso mentre scrivo i ricordi di una terra destinata a profumarci per sempre la memoria.

Coi colori del tramonto camminavamo per il Parque Natural da Ribeira dos Caldeiroes inseguendo le colonne di fumo dell’acqua ribollente di Furnas.  La sera tornavamo a casa sempre stanchi, sporchi e macchiati di un indelebile sorriso di fango…

Bolle di nuvole qua e là. Polvere di salsedine sui vestiti. Parlo di una nuova avventura, di una donna e le sue vertigini. Di una corda, 4 moschettoni e tre cascate da affrontare. Quando si radicò quella paura non lo sa nemmeno lei.

“So, let’s go!” le urlano dall’alto. Si guarda i piedi e vede un vuoto di 21 metri. La cascata le sussurra senza ritegno tutte le sue insicurezze e lei non può che allontanare le gambe dalla roccia e scendere nel vuoto. La donnina dalle ciocche rosse planava lentamente su una paura che forse mai l’abbandonerà.

Ma in fondo le imperfezioni sono le stratificazioni della nostra personalità. Quelle impercettibili sfumature che ci rendono un pizzico più particolari. Un pizzico più noi stessi!

E quindi ascoltati e fatti coinvolgere dall’allegria della natura. Corri fino a perdere il fiato. Emozionati quasi per voler piangere e vivi... vivi di baldoria, brio e spensieratezza.

Mostriamoci i denti per sorridere perché niente è davvero drammatico, niente è terribilmente importante.

Le ore del pomeriggio avanzavano nel guardare surfisti volare sulle onde di un Nettuno inferocito. La Franci rideva molto. Brillava di una positività superiore all’ordinario. Forse pensava alla mattina e al ceffo dato alla paura. Non lo saprò mai. Ma qual che posso dirti Franci è continua a camminare. Son certo arriverai dove vuoi!

Quella sera avevamo un soffitto di stelle tutto per noi. Nelle calde terme naturali di Poca da Dona Beija il tempo ha un corso tutto suo.

La foresta circonda le pozzanghere fangose quasi a volerle nascondere e la luce della stelle lascia spazio a ogni suggestione. Le paure infantili ormai dimenticate negli armadi della cameretta prendono lentamente forma. Mostri divenuti negl’anni anziani ascoltavano i nostri discorsi sul futuro. Erano attenti e interessati perché in quel futuro loro torneranno a essere protagonisti di fantastiche avventure dai colori pastello…

Tre, due, uno… una goffa capriola all’indietro e siamo di nuovo in mare. Qualche fischio sopra alla nostre teste. Un branco di delfini alla ricerca di cibo. O forse più tristemente fuori rotta. Sono di passaggio e non interessati alle nostre bolle. Ci muoviamo spinti dalla corrente nel canyon subacqueo dell’Ilhéu de Vila Franca do Campo. Una murena mi avvicina quasi per allontanarmi dalla sua casa. Le profonde spaccature della roccia sono dimora di una vita marina difficilmente raccontabile. Un vulcano sommerso colonia di alghe e colori. La luna è lì. A 15 metri o forse più di profondità.

Sarà proprio il mare a darci il suo ultimo saluto. Un soffio di liberazione. Un gigantesco muso ribelle nella frenetica danza delle onde. La sua supremazia, i suoi profondi respiri e l’immensa pinna a dirci addio prima di una lunga immersione. Abbandonati a sognare e risvegliati da una giovane madre con un piccolo al suo fianco. Impacciato nei movimenti, muoveva al fianco della madre le prime simbiotiche pinnate. 

Un vero paradiso per chi va cercando la libertà della natura. 

Ascoltiamo i tuoni rompersi nel mare con una dolce queijadas, i gabbiani in cielo e i pescatori urlanti nel porto. Stivali di gomma al ginocchio e maglie insudiciate di sudore. Gli ultimi preparativi e le piccole imbarcazioni abbandonavano il porticciolo. Un ragazzetto innamorato dava un’ultimo lungo abbraccio al suo cane quando la sua barca staccò gli ormeggi. Una veloce corsa, una lungo salto dal pontile e il rimprovero del padre per aver fatto tardi anche quella sera. Storie di pescatori. Racconti di mare.  

Una striscia marrone e una clessidra grigia tra il dorso e il ventre. Ballerine dal sorriso e dalla curiosità innata: le stenelle striate. Una bella comitiva seguiva le movenze della barca per cavalcare le onde e divertirsi di quell’agitazione. La banda dei trenta o forse più ci accompagnò fino al vulcano dimenticato. Le acque del mare hanno abbracciato il suo passato focoso e colonie di uccelli l’hanno trasformato nella loro dimora sicura.

Cratere divenuto riserva naturale. L’acqua è mite e trasparente. Non v’è nemmeno una piccola onda tra le mura del vulcano.

Colonie di granchi rossi e qualche pesce pappagallo pronto a raschiare tra le rocce il pranzo della giornata. Il vento soffia, si infila e rallenta il suo viaggio tra le spaccature che collegano il furore oceanico alle pace della perla dell’Atlantico. 

I barcaioli ci richiamano. E’ ora rientrare sulla terraferma.

Tra un’onda e un salto di un'ultima famiglia di delfini si fa spazio un velo di malinconia nel ricordare i colori e la magia di quest’isola.

Energica, alternativa, imprevedibile. Esplosiva, libera, indimenticabile.

In bilico tra una lacrima e un sorriso forse mi s’è appena presentata la cantata nostalgia del popolo portoghese…

Saudade, o mia saudade.

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